| Tela Zoppo di Gangi |
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| Giovedì 20 Settembre 2007 18:44 |
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Prima di analizzare la nostra opera d’arte è necessario fare qualche precisazione sull’autore riportando la citazione di un recente volume pubblicato in occasione della mostra che sui due artisti si è fatta nel 1997 a Gangi, nel loro paese natio. “A partire dal Settecento, sin da quando cioè hanno preso avvio in Sicilia gli studi storico-artistici, la figura dello Zoppo di Gangi ha sempre occupato un posto di rilievo. L’assenza di fonti contemporanee, però, non ne ha garantito una corretta valutazione critica, giacchè sotto il medesimo pseudonimo sono noti due pittori assai diversi fra loro e attorno ai quali altri artisti si mossero; di qui la confusione che in passato ne è derivata, fra coloro che si occupavano di cose d’arte, nell’intento di costruire un catalogo di opere dello ‘Zoppo’. La più antica testimonianza dell’appellativo è fornita dal Trionfio della fede di Enna, dove accanto alla data 1602 compare la firma Joseph Salerno ut dicitur il Zoppo di Gange; è questa l’unica testimonianza del soprannome relativa al Salerno. Al contempo, però, nei libri dei conti del monastero di San Martino della Scale (in provincia di Palermo, vicino Monreale) del 1605, anche Gaspare Vazzano viene definito ‘lo zoppo di Gange’, ‘Gaspare lo zoppo’ e ‘Gaspano zoppo’; ‘nominato lo zoppo di Gangi’ risulta in un documento notarile del 1620, così come vulgo dictus lu zoppu di Gange firma egli stesso nel 1624 gli affreschi della Chiesa Madre di Collesano (provincia di Palermo e Diocesi di Cefalù). Pressocchè coetanei i due operano in ambito diverso (anche se originari dello stesso paese, Gangi, cittadina delle Madonie in provincia di Palermo) e con differenti esiti, mantendendo ciascuno una propria autonoma bottega, il primo a Palermo, l’altro a Gangi”. Tuttavia ci si chiede ancora: chi fu allora lo Zoppo di Gangi? Che furono entrambi claudicanti risulta improbabile. Che fossero dello stesso paese, anche. La cosa forse più probabile è che abbiano studiato presso lo stesso maestro. In ogni caso restano sempre dei dubbi. L’equivoco nacque a causa del lavoro di pittura per le ante della custodia dell’organo della Cattedrale di Palermo; opera comunemente attribuita dagli studiosi ad un pittore gangitano di none Gaspare Vazzano, detto anche lo Zoppo di Gangi. “Gli studi recenti, però, sulla base dei raffronti stilistici e delle poche notizie allora note, hanno permesso di distinguere con buona attendibilità le due personalità artistiche, contribuendo a rimettere in ordine nella intricata selva delle attribuzioni e assegnando a ciascuno dei due un proprio ruolo nel patrimonio artistico siciliano tra la fine del XVI e i primi del XVII secolo”. La nostra opera dunque si colloca nell’ambito della pittura di Giuseppe Salerno (Gangi 1570? – Palermo 1633?), il quale, alla fine del secondo decennio del XVII secolo, ormai quasi al termine della sua attività, viene chiamato a dipingere, per il nuovo oratorio della Compagnia di S.Gandolfo La Povera in Polizzi Generosa, la Pala d’altare del titolare e del Patrono della cittadina. “Il fatto non rivestiva soltanto carattere occasionale né era dettato da semplici e puri motivi devozionali. La figura del santo francescano, che pur nei secoli precedenti aveva goduto di culto particolare a Polizzi e in altri centri dell’Isola, mostrava in quel momento tutti i requisit dell’attualità”. Un altro motivo importante era il processo di canonizzazione aperto dal Vescovo di Cefalù, mons. Stefano Muniera, il 6 aprile del 1621, proprio in un momento storico-culturale di forte risveglio del Francescanesimo a cavallo tra i secolo XVI e XVII, di cui i Frati Minori furono propugnatori, e che in Sicilia ebbe una valido referente nella figura di Fra Girolamo Errante, nativo di Polizzi ed eletto Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini a Roma per sei anni, dal 1587 al 1593. Siamo dunque in un periodo veramente molto prolifero per la Polizzi della seconda metà del Cinquecento in cui già da poco erano arrivati i Cappuccini, i Gesuiti, gli Ospedalieri di S.Giovanni di Dio, e in cui già da anni operavano attivamente, oltre al clero secolare, le diverse Confraternite laicali in favore dei diversi bisogni spirituali e materiali dei cittadini. La tela, di cui ci stiamo adesso occupando, era stata commissionata dall’antica Confraternita di San Gandolfo, già istituita nel 1332 a settantadue anni dalla morte del Santo e che aveva come sede la chiesa di San Nicolò de’ Franchis, dove il Santo era stato ospitato e aveva concluso la sua vita terrena. Nel 1621 – l’anno del processo di canonizzazione – la decisione di dotare la Congregazione di S.Gandolfo di un nuovo Oratorio doveva significare per i promotori della causa del Santo il riconoscimento di un prestigio che alla fin fine non era solo morale ma anche materiale ed economico grazie soprattutto a quel famoso lascito della nobile famiglia La Farina di cui godeva la Cappella del Santo nella Chiesa Madre. La scelta del sito, ovviamente non casuale, cadendo sulle vecchei fabbriche della chiesa e dell’ospedale di Santa Cecilia, permetteva in primo luogo, ai confrati, di continuare a svolgere il loro antico ministero dell’ospitalità, a due passi dalla cappella del Santo e dell’ospedale della SS.Annunziata dei Fatebenfratelli, in secondo luogo, di avere come maestri spirituali i Cappuccini, da poco arrivati a Polizzi e situatisi proprio a pochi passi dal nascente oratorio. Passando adesso al tema del dipinto, pare che esso sia stato suggerito dal committente stesso dell’opera. Dall’impostazione dei personaggi, dai gesti espressivi e dagli sguardi sembra essere proprio quello dell’intercessione orante; esso trova conferma nella figura centrale del Santo il quale, con lo sguardo rivolto verso la SS.Trinità, posta in alto in mezzo alla Vergine, a San Giuseppe e agli Angeli del cielo, con le mani rivolte verso il basso, chiede preghiere e implora grazie per la cittadina di cui ne è il celeste Patrono. Infatti, in basso si nota uno scorcio panoramico di quella che era Polizzi all’inizio del Seicento. “La novità per il Salerno sta nella raffigurazione del commitente che non troviamo in nessuna delle sue opere certe. Il pittore secondo schemi tradizionalmente consueti ce lo presenta in posa aulica e ieratica, ma in realtà sembra più interessato a mostrare gli attributi dello stato sociale piuttosto che ad indagarne gli stati dell’animo. Ne viene fuori un’immagine realizzata con estrema minuzia, nella quale – come direbbe Zeri – i tratti fisionomistici vengono a sortire il medesimo piano gerarchico delle vesti, degli ornamenti e dei segni della condizione sociale, una raffigurazione al di fuori dell’azione del tempo, secondo i canoni di una trattatistica che lo stesso studioso definisce ‘internazionale, di corte’, i cui precedenti vanno cercati nelle effigi a mezza figura diffuse per l’Europa dai fiamminghi”. Inoltre, a causa della scritta UMANITAS, posta sotto il ginocchio del raffinato personaggio, si pensa che esso voglia rappresentare non soltanto il committente ma ogni persona devota che in posizione orante si rivolge a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, per l’intercessione del Santo Patrono. Un rischio da evitare nella lettura dell’opera, è la possibile identificazione di S.Gandolfo con S.Francesco d’Assisi. Il chiaro elemento iconografico distintivo, oltre alla scritta S. GANDOLPHUS posta ai piedi del Frate Francescano, è l’immagine del fonte battesimale con sopra il ramoscello di gelsomino fiorito che richiama l’antico lavaggio delle Reliquie del Santo, prima di essere deposte dell’urna appositamente costruita. La suggestiva tela del Salerno, veramente ricca di spunti teologici e artistici, ancora oggi si trova nella Chiesa di San Gandolfo La Povera (detta ‘povera’ perché in contrasto con la confinante e ricca Chiesa Madre), non più sede della ormai inesistente Confraternita di S.Gandolfo; si conserva in ottimo stato anche a causa del recente restauro avvenuto nel 1984 a cura della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Palermo. |




